Una squadra di poliziotti armati fino ai denti fa irruzione in una casa, all’alba, e preleva un tredicenne dall’aria innocente e spaurita. Questo è l’inizio di Adolescence, la serie tv di Netflix che sta facendo parlare e discutere perché apre una spaventosa finestra sul disagio dei ragazzi.
La miniserie inglese in quattro puntate parte da un fittizio evento di cronaca – un ragazzino che pugnala a morte una compagna di scuola, senza apparente motivo – per parlare invece di un reale problema, citato anche (ma senza grandi spiegazioni) proprio nel corso delle prime puntate. Il tema è quello degli INCEL, sigla che sta per celibi involontari, che riunisce uomini estremamente aggressivi nei confronti delle donne perché si sentono da loro rifiutati.
Dietro gli Intel c’è la teoria a teoria dell’80-20, secondo la quale l’80% delle donne è attratta soltanto dal 20% degli uomini, mentre il restante o vengono respinti o sono costretti a fingersi diversi da come sono per trovare una compagna e, soprattutto, avere una vita sessuale. Ma c’è anche la denuncia di un uso eccessivo e deviato dei mezzi di comunicazione fra giovani: messaggi apparentemente innocui su Instagram che diventano oscure minacce; sottotraccia il bullismo via internet, i problemi di comunicazione fra generazioni, padri e figli.
Owen Cooper nei panni di Jamie Miller è estremamente convincente nel ruolo del ragazzino travolto da emozioni contrastanti: quindicenne, ma all’apparenza ancora più giovane della sua età, si mostra prima spaventato da ciò che ha fatto per poi mostrare una serie impressionante di sentimenti contrastanti con reazioni dall’aggressività alla disperazione; mentre i genitori, increduli di fronte alla evidente prova (c’è un filmato dell’accoltellamento) della colpevolezza del figlio, vivono lo sconvolgimento di tutto ciò in cui hanno creduto sino ad allora. Sicuramente gli sceneggiatori si sono ispirati a un dato: negli ultimi dieci anni, il numero di adolescenti britannici uccisi con una lama o un oggetto affilato è aumentato del 240%. Ma la serie più che all’evento in sé cerca di approfondire le motivazioni e la psicologia dei ragazzi: la rabbia, la mascolinità tossica, la misoginia alimentate dai nuovi media. Interessante dal punto di vista televisivo le tecniche di regia usate: una unica sequenza in ogni puntata, con la telecamera a seguire i protagonisti – il poliziotto, la psicologa, i genitori – che porta a una sensazione di claustrofobia che accentua il senso di chiusura e di disperazione della serie. Dura e convincente, comunque interessante.
Ultima nota: non guardatelo prima di andare a dormire, potreste avere brutti incubi… Altri consigli di tv qui: